I social network secondo la Stampa e altri giornali

febbraio 7, 2012 in blog, giornalismo

Il direttore de La Stampa Mario Calabresi ha annunciato ieri tre nuovi ruoli digitali nella sua redazione, sottolineando per contrasto la novità con un linguaggio desueto (“la gerenza”) e un richiamo ai 145 anni di storia della testata:

Nello spazio della gerenza che vedete qui accanto oggi compaiono tre nuove funzioni che non sono mai esistite nei nostri 145 anni di vita (La Stampa li compirà giovedì prossimo essendo nata, come Gazzetta Piemontese, il 9 febbraio del 1867). Questi tre nuovi ruoli sono quelli del «Digital Editor», del «Web Editor» e del «Social Media Editor».

Bene: meglio tardi che mai. Per chi è piemontese come me, La Stampa è sempre stato un punto di riferimento, almeno fino a quando ancora si andava sui siti dei quotidiani per vedere cosa è accaduto, quando non eravamo ancora obesi di informazione emanata sui social network dai giornali stessi, dai loro giornalisti e dai nostri amici. È quantomeno curioso che il quotidiano di Torino capisca solo ora che i lettori oggi sono ‘distratti’ dalle sue vetrine dai risultati di Google e soprattutto da Facebook e Twitter, ma soprattutto che la questione necessita di ruoli e competenze specifiche, non solo tecnico/tecnologiche ma anche redazionali.

Lo dico perché La Stampa ha trascurato più dei suoi concorrenti questo aspetto.

Vado al dunque: clicco su ‘mi piace’, per vedere cosa succede (in realtà lo immagino già, ma voglio vedere se con tutti questi nuovi Editor qualcosa è cambiato), e guardo l’effetto della mia azione sulla mia timeline di Facebook:

Il pulsante ‘mi piace’, a differenza del vecchio ‘condividi’ (ormai non più supportato dalla stesso Facebook) non mi lascia margine per commentare la notizia. Dunque: cosa rimane ai miei contatti per decidere se rientra nei loro interessi e quindi condividere, commentare o addirittura leggere?

Una questione di pertinenza

La condivisione automatica visualizza la ‘S’ di Stampa e non riporta nessuna descrizione dell’articolo, ma la questione non è solo di tecnologia. Infatti, anche la formulazione è inefficace: il titolo ‘evocativo’ è formulato secondo una logica contestuale al giornale (cioè, può essere capito solo sul sito della Stampa), e che potrebbe riferirsi a uno spettro di argomenti e temi pressoché infiniti. Isolato dal contesto di origine, quel ‘nostro’ potrebbe essere interpretato più plausibilmente come riferito a noi  italiani piuttosto che come un autoreferenziale ‘noi, La Stampa’. Visti i tempi, poi, sarebbe logico inoltre interpretare il ‘cambio di passo’ in riferimento alla situazione politica italiana.

Ma più che quello che c’è, forse, il problema è quello che non c’è: la firma, ad esempio, di Mario Calabresi, potrebbe già essere un motivo. Un riferimento al web e ai social network potrebbero fornire elementi discriminanti che circoscrivano l’area di interesse e selezionino il destinatario, perché non tutti sono tenuti a interessarsi all’argomento.

Insomma, il titolo preso da solo, è fuorviante, chi è interessato al tema probabilmente non lo nota, e chi non lo è, cliccandoci sopra sulla fiducia, rimane probabilmente deluso. Questi sono gli incerti dei contenuti che viaggiano sul web oggi, attraverso i social network e i motori di ricerca, ma alla Stampa e a molti altri quotidiani sembrano non averlo capito.

Oltre a fornire strumenti per la condivisione che mantengano integro il contenuto originale dell’articolo in tutti i suoi formati (intero, anteprima, tweet), occorre anche formulare titoli – e descrizioni – che contengano gli elementi rilevanti dei contenuti e che siano decontestualizzabili dal sito di origine, anche perché sui social network spesso si condivide anche senza aver cliccato sull’articolo e averlo letto.

Appendice: ma questo non è il peggio…

A onor del vero, prima che i Social media editor fossero nominati alla Stampa, le cose andavano pure peggio. Ecco una notizia del 23 gennaio scorso (Tir e taxi fermi, blocchi da Nord a Sud Cancellieri: la protesta può degenerare) come appariva condivisa su Facebook: compare solo l’url, peraltro indecifrabile:

La situazione non è migliore per altri quotidiani, anche quelli che a differenza de La stampa non sopportano il peso di 145 anni di storia sulle spalle.

Condividendo la stessa notizia dal Fatto Quotidiano, compare il titolo corretto e la foto, ma la descrizione è quella della home page, uguale per tutti gli articoli:

Rainews24 non fa di meglio:

Meglio va Affaritaliani.it, la testata di Libero, anche se con un sommario più enfatico che informativo (l’immancabile ‘paese spezzato in due’) e con il logo della testata al posto dell’immagine:

 

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