La campagna suicida di Malpensa
febbraio 2, 2012 in Argomentare, blog, Pubblicità regresso
Per riparare i danni alla propria reputazione c’è anche chi tenta di mettere una pezza peggiore del buco.
In questa giornata nevosa mi trovo a vagare nel Terminal 1 della Malpensa, dove incontro questo cartellone della SEA (la società che gestisce gli aeroporti milanesi):

Ora, lo sviluppo di Malpensa è al centro di una forte polemica proprio per i danni ambientali al Parco del Ticino e alla salute della popolazione del territorio. In una nota del 7 ottobre 2010 il Ministero dell’Ambiente aveva definito l’aeroporto un “disastro ambientale”, dopo che una relazione del Corpo Forestale dello Stato, che valutava la moria degli uccelli e la desertificazione dei boschi, aveva chiesto allo stesso Ministero di costituirsi parte civile. L’ottobre scorso, inoltre, l’Unione europea ha aperto un’istruttoria per disastro ecologico.
Detto questo, la campagna di Malpensa è un esempio pessimo di gestione del dissenso, perché preferisce sorvolare – letteralmente – sul problema invece di confutarlo o di ammetterlo e fornire risposte adeguate. Negli ultimi anni ci sono stati casi di grandi marchi che sono corsi ai ripari, a volte anche ammettendo le proprie responsabilità. Lo hanno fatto Google e Facebook riguardo ai consumi energetici dei propri server, lo fece a suo tempo Apple ideando l’enviromental footprint, e vedremo come risponderà l’azienda alle accuse di sfruttamento nelle fabbriche asiatiche.
SEA, invece, non nomina l’obiezione (Malpensa ha compromesso l’ambiente e la salute degli abitanti del territorio) e tenta di sovrascriverla quasi alla lettera facendo slittare i significati dei termini della questione – ”coltivare”, “far crescere”, il territorio” contro l’accusa di disastro ambientale, sottacendo il presupposto che il benessere materiale è anteposto alla salute e a volte in contrasto con essa.
Quale ipnagogo della PNL possa aver partorito questo sofisma, preferisco non saperlo.
Chi può persuadere questa campagna? Di certo non coloro che già sono convinti del contrario, al massimo può sperare di attecchire subliminalmente nelle menti vergini – ma anche generare un pericoloso effetto boomerang. Che cosa può risolvere? Di fatto, il suo scopo è proprio quello di non risolvere nulla, se non cercando di mettere una pezza al danno reputazionale che non può reggere di fronte a un paio di link di documentazione.

Francesco Vignotto, italianista, consulente e formatore per la scrittura professionale presso aziende, pubbliche amministrazioni e istituzioni.
Copywriter e web content manager.




[...] sono di parte. Se, però, lo dice un professionista della comunicazione, allora è proprio vero. [LEGGI il blog di Francesco Vignotto] Ricordate quella porcata di slogan, di cui avevamo parlato giorni [...]